Borse mondiali in tensione Bund e Treasury il rifugio
Alle 10 del mattino ieri a New York, o se preferite alle 16 in Europa, gli operatori erano già tutti lì, con dito appoggiato sul bottone. Pronti a vendere azioni, materie prime e rinchiudersi nei rifugi si sempre: Treasury, Bund e oro. da qualche settimana il mercato si è infatti convinto, a torto o a ragione, che le lancette dell'economia puntano verso il basso e che il rischio di una ricaduta in recessione, per gli Stati Uniti e di conseguenza per il resto del mondo industrializzato, sia in realtà molto più elevato della possibilità di una ripresa stabile.
Il termine "double-dip" è ormai sulla bocca di tutti: soltanto ieri lo spettro di una doppia recessione è stato rievocato dal presidente della Federal Reserve di Chicago, Chaeles Evans, e dall'economista e premio Nobel, Joseph Stiglitz. Il primo, riferendosi agli Stati Uniti, ha tenuto a precisare che uno sviluppo così negativo non è l'evento più probabile nel prossimo futuro, ma ha anche ammesso di essere preoccupato per la solidità della ripresa. Il secondo ha tirato in ballo l'Europa, che rischierebbe di fare la stessa fine perché troppo preoccupata a far rientrare i disastrati bilanci pubblici negli ormai superati limiti del trattato di Maastricht.
Viste le premesse non c'è quindi da stupirsi se il bilancio delle Borse fosse già pesante prima dell'arrivo del dato clou della giornata, quello sul mercato immobiliare Usa, previsto proprio per le 10. Né del fatto che gli indici siano andati giù di colpo alla diffusione ci cifre che definire deludenti sarebbe un eufemismo: nel mese di luglio le vendite di abitazioni esistenti sono diminuite del 27,2% rispetto al mese precedente, scivonado così al livello più basso degli ultimi quindici anni e registrando un dato inferiore alle attese degli analisti, già di per sé non certo ottimiste. Ma non basta: dopo pochi minuti ul altro dato, l'indice diffuso dalla Federal Reserve di Richmond ha confermato a luglio la debolezza dell'attività economica negli Stati Uniti che si affacciano sull'Atlantico centrale, tanto per il settore manifatturiero (da 16 a 11 punti), quanto per i servizi (da 8 a 10).
Un simile uno-due ha scatenato sui listini azionari. Tanto che l'Europa, che chiudeva da lì a poco, ha archiviato la seduta con Londra in calo dell'1,51%, Parigi dell'1,75%, Francoforte dell'1,26% e Milano dell'1,58. Peggio è andata ad Atene. giù del 3,4% e a Dublino, che ha addirittura lasciato sul terreno il 5,4%, ma in questo caso esiste un aggravante: il crollo di Crh (-16%), secondo produttore al mondo di materiale per costruzioni, che ha visto diminuire del 77% l'utile semestrale e ha tracciato un quadro grigio per il resto del 2010.
Come spesso avviene quando fra gli investitori è l'avversione al rischio a farla da padrona, le vendite si sino estese anche nelle materie prime, con il petrolio in calo del 2,2% fino a 71,45 dollari al barile (minimi da oltre un mese) e il rame giù del 1,6%. L'altra faccia della medaglia è il rialzo dell'oro (+5 dollari l'oncia a quota 1.232), ma soprattutto l'ennesimo balzo dei titoli di Stato americani e tedeschi. il rendimento del Treasury, in particolare, ha registrato un nuovo minimo storico sulla scadenza a 2 anni (0,46%) tornando ai livelli del gennaio 2009 sul 10 anni (2,47%), mentre il Bund è sceso allo 0,57 sul 2 anni e al 2,15% sul 10 anni.
Il fatto che anche quest'ultimo valore sia ai minimi storici che ha contribuito ad ampliare il differenziale (spread) nei confronti del BTp, salito oggi fino a 160 punti base, e nei confronti degli altri paesi "periferici" (188 per la Spagna, 320 per il Portogallo, 323 per Irlanda e 911 per la Grecia). Anche lo yen, ha beneficiato della rincorsa al porto sicuro, costringendo l'euro ai minimi da 9 anni (105,45) e il dollaro ai minimi da 15 anni (83,82).
Un minimo di sorpresa, semmai, l'ha destato l'andamento di Wall Street: nei minuti successivi al dato sulle vendite delle case il tracollo pareva inevitabile, ma gli indici hanno invece trovato un minimo sostegno, riuscendo momentaneamente a limitare le perdite per poi chiudere comunque a -1,45% (S&P) e a -1,66 (Nasdaq). Sui motivi di quest'insperata resistenza gli operatori si dividono: chi si affida all'analisi tecnica spiega il movimento con la difficoltà di violare livelli significativi com e i 10 mila punti per il Dow Jones e i 1,550 punti dell'S&P500. Ma c'è anche chi lega il recupero temporaneo alla liquidità immessa sul mercato da parte della Federal Reserve, che proprio in quei minuti portava a termine il previsto riacquisto di titoli di Stato Usa per un ammontare pari a 1,35 miliardi di dollari. Perché gli investitori abbiano utilizzato il denaro ricevuto per comprare azioni e non continuare a cercare beni rifugio, rimane però un mistero.
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