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postheadericon Il disordine valutario alimentato da Bernanke

E' proprio un enorme esorbitante privilegio. Finché dura. Jacques Rueff aveva ragione: Washington lo usa, oggi come negli anni 60, senza troppo chiedersi se sia davvero, come temeva l'economista francese, un comportamento <<suicida>>.
 La Fed continua così per la sua strada Tassi bassissimi, liquidità a profusione, acquisti di titoli di Stato: la banca centrale mantiene e promette di amplificare un orientamento ultraespansivo per ovviare ai <<diffusi segnali di rallentamento>> che provengono dall'economia.

  Il nodo vero è però solo l'occupazione: mancano tragicamente all'appello i posti di lavoro e non sembra che sia la politica monetaria a poter rimediare. <<Le offerte di lavoro - ha ammesso Narayana Kocherlakota, presidente della Fed di Mineapolis - sono aumentate del 20% circa tra luglio 2009 e luglio 2010. Con questo scenario, ci saremo aspettati un calo della disoccupazione, perché le persone avrebbero trovato più facilmente lavoro. Invece, è leggermente salito.
Se l'economia avesse rispettato gli schemi di comportamento del passato, i senza lavoro sarebbero oggi al 6,5%, non al 9,5%: quindi <<la maggior parte dell'attuale disoccupazione rappresenta un mismatch>> tra competenze richieste dalle aziende e offerte dai lavoratori. E, ha concluso, <<è difficile capire come la Fed possa farci qualcosa>>. Tocca forse alla politica fiscale, all'allungamento dei sussidi, alle strategie di lungo periodo sul lavoro. Non tutti sono d'accordo, alla Fed, sul punto; ma l'analisi di Kocherlakota è solida e ripropone un problema presente negli Usa (e non solo) anche prima della crisi.
  Non è il lavoro, allora che può giustificare le scelte della Fed. Bisogna forse prendere sul serio le sue paure di deflazione? In passato, nel 2003, sono state il pretesto per mantenere tassi bassi, con effetti disastrosi. Oggi il tema sembra più accademico che politico: <<Nessun membro ha visto un rischio apprezzabile di inflazione>>, preferendo parlare di disinflazione (e quindi di calo di alcuni prezzi), notavano i verbali dell'ultima riunione Fed, durante la quale si è invece discusso di inflazione come effetto possibile della politica ultra-espansiva. Senza contare che, per contrastare il calo generalizzato dei prezzi, una paradossale strategia - che nessuna banca centrale avrà il coraggio di provare - consiste nell'alzare i tassi, invece di tenerli bassi, come ha mostrato James Bullard, presidente della Fed di St. Louis: nelle situazioni estreme, l'economia può rispondere in modo controintuitivo.

  Cosa può allora dar senso a una politica non semplicemente espansiva, come è giusto, ma addirittura ultra-espansiva, forse in accelerazione? Innanzitutto l'aiuto indiretto alla politica fiscale, che oggi tiene viva, nell'economia, anche molta incertezza (malgrado le proposte di Obama): i sussidi di disoccupazione risultano troppo brevi e molto tagli fiscali temporanei potrebbero svanire a fine anno, mentre democratici e repubblicani litigano. E' difficile individuare "veri motivi" delle scelte Fed, ma quanto ha deciso a fine agosto - con un passo rischioso sul fronte dell'inflazione - di investire in titoli di Stato (e di promettere ulteriori acquisti), ha messo in moto un meccanismo che, più che contrastare l'invisibile deflazione, limiterà gli effetti dell'incertezza sui comportamenti degli investitori americani, e darà un po' di tranquillità alla Casa Bianca nel finanziare il deficit pubblico.

  Ostacolerà poi ogni tendenza alla rivalutazione del dollaro, spingendo verso il basso dove i cambi sono flessibili. E' un effetto lento, indiretto ma prevedibile, di ogni politica espansiva, che sostiene un po' l'export, anche se promette di ridurre il valore degli asset acquistati dagli stranieri, che non possono oggi contare neanche su alti rendimenti. Molti investitori sono però pubblici: le banche centrali dell'Asia e del Golfo sono costrette ad acquistare comunque titoli Usa per evitare l'apprezzamento delle loro monete, finanziando così il deficit di Washington (e inondando le loro economie di liquidità)

  Finché dura: seguendo obiettivi un po' contraddittori, e sottovalutando gli effetti all'estero delle proprie politiche, la Fed invia insidiose onde sismiche, quasi inviti all'irrazionalità, al sistema globale. Accade così che lo yen salga ai massimi da 15 anni proprio ora che il paese è in difficoltà politiche ed economiche.

(Fonte Sole 24 ore - Riccardo Sorrentino)

 
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